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Eclysse

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Review:

The End Of The End Of The World

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Maria Luisa Santella e Robert Smith sono due anime affini. Sono entrambi artisti che non si risparmiano, che entrano in totale simbiosi col loro pubblico e che per questo collocano al primo posto del loro impegno la performance come mezzo di catarsi. In realtà il concerto dei Cure all’Arenile di Bagnoli del 20 giugno 2004 è diventato nel documento della Santella un pretesto per riflettere su varie questioni naturali e soprannaturali, e per denunciare l’incapacità di Napoli «agonizzante in contesa tra i filosofi e i cannibali» di accogliere in maniera degna uno dei più grandi artisti e interpreti del nostro tempo, con un suono pessimo, un palco minuscolo e un pubblico distratto. Ma cosa unisce in realtà Maria Luisa Santella e Robert Smith? Prima di tutto un’idea etica di arte che ha una funzione sociale e spirituale che va ben al di là del puro intrattenimento; un metodo di creazione che più che di creazione diventa di spiegamento; una naturale inclinazione alla profondità e agli affari dell’inconscio; e una tecnica fatta essenzialmente a strati. Ed è proprio quest’ultima caratteristica ad unire in maniera saldissima i percorsi dei due artisti: laddove le canzoni di Robert Smith sono il risultato di più linee melodiche (dove perfino la batteria suona melodie più che figurazioni ritmiche) che incontrandosi creano un’armonia e non viceversa, le immagini di Maria Luisa si sovrappongono, si trasfigurano e si confondono ai suoni, alle voci, alle parole scritte, in un caleidoscopio di significanti dove si attua una sinestesia di sensi e di significati. Alla stessa maniera i due artisti utilizzano filtri ed effetti per modificare i suoni e le immagini, per far perdere il senso di ciò che si vede e si ascolta, allo scopo di trovarne un altro più profondo. Da un lato le immagini di Maria Luisa sono alterate, hanno colori diversi da quelli “reali”, si deformano, si sdoppiano, si triplicano, si quadruplicano, diventano pittura in divenire a metà strada tra un quadro impressionista e un fumetto; le voci si colmano di echi, come a rappresentare un flusso di incoscienza, un pensiero prima pensato poi detto e poi ripensato, una parola che dopo essere ascoltata viene rievocata e acquisisce un altro senso. Dall’altro la chitarra di Robert Smith sembra a volte trasformarsi in aeroplano, così sovraccarica di effetti come il Phaser e il Flanger, e moltiplicarsi all’infinito con un massiccio utilizzo del Delay che applicato anche alla voce porta ad un’iterazione infinita dove i suoni e le parole si inseguono stordendo l’ascoltatore che non riesce più a cogliere la reale successione delle parole e delle note. Si pensi ad esempio ad A Forest, a The Snakepit o a If Only Tonight We Could Sleep. Questo mostrare i vari livelli della “realtà” evidenziandone i margini di fraintendimento - affermando così che nulla in fondo è reale, che niente effettivamente ci può saziare in questa forma di vita, perché è tutto così sfuggente e incomprensibile - è la maniera più nobile per i due artisti per comunicare agli spettatori, attraverso la rappresentazione del dolore, che siamo di passaggio, che è la fine della fine del vecchio e becero mondo, e che in quest’epoca non possiamo far altro che attendere e sperare.

Written by Gianmaria Consiglio